Miei amati lettori, quest’oggi ho deciso di occuparmi del sociale, un po’ come Dipré, ma senza coca e senza mignotte, anche se i casi umani di cui parlerò non sfigurerebbero in uno dei siparietti del sopracitato demente.
Avrete sentito più volte palesare il mio disgusto di fronte a certe, a mio avviso inutili, esibizioni di melensaggine, tuonare come un povero Savonarola pre-rogo contro questi nefandi individui, promettendo che, presto o tardi, ne avrei parlato, ora eccomi qua, pronto a sciorinare le mie perle di saggezza su una categoria che giudico utile quanto un Trichophyton: le coppie Vinavil.
Narra Platone nel Simposio (o, per i più profani, anche Aldo, Giovanni e Giacomo in “Tre uomini e una gamba”) che Zeus punì le prime creature umane, ermafrodite e formate da due individui uniti tra loro, poiché erano divenute insolenti nei confronti degli Dei, separandole con un fulmine; da allora ogni essere umano cerca di ritrovare la propria iniziale completezza cercando la propria metà perduta.
Tutto molto romantico, il problema nasce quando, una volta convinti di avere trovato questa metà perduta, cercano di riappiccicarsi e diventare nuovamente un unico, delirante, organismo. Non solo, ma ci tengono a far sapere al mondo che nessuno è migliore di loro.
Ora, avere l’ardire di essere meglio del sottoscritto è segno che il fulmine di Zeus ti ha anche bruciato qualche neurone, ma modestia a parte, care le mie mezze mele marce, mi ricordate tanto quelle adolescenti che scrivevano sulla Smemo del loro grande amore. Andate in soffitta o in cantina, care amiche e amici di colloidi abitudini, cercate i vostri diari di allora e rabbrividite. Credo sia terapeutico e forse smetterete di sfondarmi le ghirbe con le vostre inutili manifestazioni d’affetto.
Sia chiaro, anche io amo il mio compagno e cerco di manifestarglielo in ogni modo, ma come diceva Sordi “sarai la mia metà, ma si nun parti, diventi n’artro po’ la mia trequarti””. E va’ quindi, per quanto stia bene con te, non ho di sicuro bisogno di averti addosso tutto il santo giorno. Sei l’uomo della mia vita, non un herpes!

Eppure al mondo abbiamo gente che una vita non ce l’ha (e neppure una propria personalità), visto che consapevolmente decidono di annullarsi in funzione di un’altra persona, arrivando a (vi prego di leggere questa lista con la voce della Marchesini dei tempi d’oro):
- vestirsi uguali, con le stesse magliette, scarpe o le medesime tonalità di colore;
- nel caso di coppie gay seguire lo stesso look, indossare accessori simili, ecc…
- abbandonare la propria compagnia di amici a favore di quella del partner;
- costringere il partner ad abbandonare la sua compagnia di amici a favore della propria;
- costringere gli amici di entrambe le compagnie a frequentarsi, quando palesemente non hanno nulla in comune;
- obbligare il partner a rinunciare ai suoi hobby;
- rinunciare ai propri hobby per seguire quelli del partner;
“La lista è lunga quanto la vorrai”, dice il Genio, tuttavia nulla potrà superare, nulla potrà eguagliare, nulla potrà farvi rabbrividire quanto l’apoteosi dell’idiozia, la Summa delle cazzate, l’apogeo dell’inettitudine, la vetta della coglionaggine di certe coppie: il doppio profilo su Facebook.
Immaginate questo: GiulioTeo Pasotti… oppure TeoGiulio Mariani… prendo una pausa per sciacquarmi sotto la doccia per superare il trauma.
Non esiste nulla di più squallido, di più adolescenziale, ma anche di più triste che trovarsi tra le conoscenze sui social queste creature senza midollo.
E non parlo di quella tristezza dolce, tipo quando leggi “la piccola Fiammiferaia” e senti quel magone allo stomaco ogni volta che arrivi alla scena della nonna (spero l’abbiate letta tutti, almeno una volta), ma quel senso di sconfitta per l’umanità di quando vedi un uomo con sandali e calzini, quando capisci che Zeus, anziché separarci con un colpo di fulmine, avrebbe fatto meglio a scatenare uno sciame di meteore e ricominciare il lavoro da capo.
Che cazzo di bisogno c’è di avere un profilo di coppia su un social network? Sapete i rischi che correte? Da parte mia la cancellazione diretta dai miei contatti senza neanche passare dal “Via”, nel migliore dei casi il 70% dei vostri contatti disabiliterà le notifiche delle vostre notizie e vi terrà tra i contatti con quel senso di pietà che si riserva agli zii un po’ squinternati di certe serie TV anni novanta.
Purtroppo per voi, a me non suscitate altro che ribrezzo, pertanto tenetevi il vostro doppio profilo e sparite dalla mia lista di contatti, andando laggiù, in quel luogo oscuro dove dimorano i veg-cazzari, i fuffariani, gli omofobi incalliti e chiunque non mi vada a genio.
Restate laggiù, convinti che il non avere una vita propria sia la massima espressione d’amore, che rinunciare ad interessi e amici sbandierando la rinuncia come un bigotto fa con la carne in Quaresima sia indice del vostro Vero Amore™, invece, bibbidi bobbidi bu, non serve a un cazzo!
Non ti lavi la coscienza mettendo il nome del partner accanto al tuo, non sei migliore del sottoscritto se stai attaccato al tuo compagno come una piattola ad un frequentatore di saune, te l’assicuro.
Ora avvicinati, caro (o cara) il mio coniuge Vinavil, voglio sussurrarti un grande segreto, una di quelle verità spicciole, uno spunto di riflessione, è gratis… non è che questo tuo appiccicarti all’altra metà della mela sia sinonimo di paura? Di inferiorità? Del non avere niente da offrire per cui nascondi tutto il tuo niente dietro inutili e fastidiose manifestazioni di affetto e di possesso?
È delirante, sai, faresti la gioia di molti psicologi, ne conosco parecchi e anche bravi, se vuoi il loro numero, contattami, gioverà alla tua autostima.
Convivo da quasi otto anni e sei di questi li trascorriamo dormendo in camere separate e al primo che viene a dirmi che questo non è volersi bene, potrei ricordargli che l’amore di una persona non si misura in minuti di presenza assillante, ma con le azioni; il mio compagno mi è stato accanto quando mio padre stava morendo in un letto di ospedale, pur non avendogli quasi mai parlato, che sia io che lui ci siamo sostenuti a vicenda senza clamore e senza sbandierarlo in giro, in momenti brutti e di crisi (economica, emotiva e altro) e che se ognuno di noi vuol dormire di gusto da solo non c’è niente di male.
L’amore vero, cari amici e amiche, non è quello che leggete su certi post, non è gelosia, non è desiderio di possesso, non è annullarsi per cercare di compiacere il partner. Se avete poco da offrire, prima o poi se ne accorgerà e allora non ci sarà collante che tenga, ma solo il vuoto che vi siete creati dentro e attorno.
Detto questo, sarei tentato di continuare ancora, l’argomento è intrigante, ma ritengo di averlo sviscerato con dovizia di particolari, pertanto non mi resta che salutarvi allegramente e andare a lavare i piatti.
Konnichiwa, bitches!


